Burro chiarificato

Il burro chiarificato si ottiene dal burro intero (normale) rimuovendo l’acqua e le proteine del latte, legate alla caseina che è anche la proteina prevalente, e lasciando la sola parte grassa.

La composizione del burro fa sì che la cottura ne alteri i grassi, sviluppando sostanze cancenrogene e nocive. Per evitare questo inconveniente, esiste un procedimento che si detto chiarificazione del burro.
Il procedimento di chiarificazione consiste nello sciogliere il burro a fuoco dolcissimo o a bagnomaria e farlo sobbollire a lungo (anche un’ora), schiumandolo spesso (levando con un cucchiaio, la parte bianca che affiora).
Dopo lo si filtra con un colino, protetto da una retina bagnata (tipo quelle dei confetti): il risultato sarà un grasso giallo chiaro, privato di acqua e caseina che sono le sostanze che fanno bruciare il burro facilmente.

Il burro chiarificato brucia a temperature più alte permettendo la frittura e la doratura dei cibi in modo salutare. Il punto di fumo del burro chiarificato è fra i 180°C e i 252 °C , mentre il burro intero brucia ad una temperatura compresa tra i 120 °C e i 160 °C.

In più, il burro chiarificato si conserva a lungo (anche mesi), tanto che il procedimento è da sempre usato in paesi caldi, come l’India dove, prende il nome di “ghee”.

Sfumare

Con sfumare si intende il bagnare una preparazione con alcolici, generalmente vino e lasciare evaporare.

Serve per dare maggior sapore o per creare delle salse sopratutto di accompagnamento alle carni ma è una tecnica utile in tantissime e svariate occasioni.
Si può sfumare con birra, vino, liquori etc… a seconda della ricetta. In molte ricette si usano cognac o grand marnier o marsala.

Si può addirittura sfumare la pentola o padella o il wok o la casseruola anche dopo aver cotto della carne in modo da recuperare il residuo della cottura. Chiaramente ciò va fatto solo con carni di qualità che non rilasciano o non depositano residui di ormoni o sostanze indesiderate.

Se siete sicuri della bontà e qualità della vostra bistecca potrete invece ottenere il massimo del sapore trasformandone i succhi in una salsa deliziosa.
Riscaldare la padella in cui la carne era cotta in modo che si scaldi. Aggiungere del vino rosso o del marsala. Il liquido dovrebbe iniziare a bollire rapidamente. Aggiungete se volete un po’ d’acqua o di brodo. Mescolare e raschiare delicatamente con un cucchiaio di legno (mai metallo o plastica!) in modo da portare in superficie i residui più pesanti.
Se si sta sfumando con del vino lasciar bollire per almeno cinque minuti in modo da rimuovere il gusto aspro dell’alcool. Condire con un po ‘di sale e pepe.
Mescolare bene, togliere dal fuoco e versare sulla bistecca.

Brunoise

Brunoise è un termine francese indicante il taglio di verdure aromatiche in piccoli dadi da circa 2mm.

Per ottenere questo taglio bisogna partire dal famoso taglio alla julienne (taglio a liste lunghe di circa 2 mm di spessore) e poi tagliare ortogonalmente ad intervalli da 2mm in modo da ottenere i cubetti.
Lo spessore a volte può anche essere di 3mm anche se i francesi preferiscono tagli piccoli (addirittura a volte di 1 mm).

Alcuni ortaggi tipici per una brunoise sono carote, sedano, porri, rape. Le verdure a dadini vengono poi sbollentate brevemente in acqua bollente salata e poi immerse in acqua ghiacciata (salata) per un paio di secondi per fermare la cottura attraverso lo shock termico.

La brunoise è usata anche come decorazione in molti piatti tra cui brodi, zuppe, consommé, gaspacho.
Una perfetta brunoise dovrebbe essere sempre coerente per forma e dimensioni (se si parla di cubetti o dadini nessun lato può essere più corto o lungo degli altri).

Al dente

Ogni tipo di pasta ha un differente tempo di cottura.

Questo dipende dalla composizione dell’impasto, dalla forma della pasta, dalla trafilatura, dal processo di essiccazione o in generale di lavorazione, dalla farina usata, e persino dalla temperatura e pressione dell’ambiente in cui si cucina.

La pasta all’uovo per esempio cuoce molto più in fretta. Inoltre bisogna considerare che anche dopo aver spento il fuoco la pasta continua a cuocere e così dopo la scolatura, dopo averla condita e dopo averla servita. La cottura procede (a meno di non voler dare uno shock termico alla pasta immergendola in acqua fredda, cosa che sconsigliamo).

La pasta portata al giusto grado di cottura al fine di mantenere la desiderata consistenza tale che fra i denti non risulti troppo molle è detta “al dente”. Per avere una cottura al dente di solito va tolta dal fuoco e scolata circa 2 minuti prima di quanto riportato sulla confezione del produttore.
Ricordate che se invece la tenete 2 minuti di troppo potrebbe risultare “scotta” e divenire troppo molle o perdere la forma o spezzarsi facilmente. Qualche altro minuto di troppo ed avrete qualcosa che difficilmente potrà essere considerata pasta e sarà detta “colla” proprio per la consistenza raggiunta.

Il termine “al dente” può anche essere usato per definire il grado di cottura di riso e verdure.

Abbassare l’impasto

A seconda che un impasto serva per fare torte, biscotti, pasta, pane, tortellini, lasagne o qualsiasi altra pietanza, sarà richiesto di stendere l’impasto fino al raggiungimento di un determinato spessore.

Con il termine Abbassare o Stendere l’impasto si intende l’operazione di appiattimento dell’impasto fino al raggiungimento di questo spessore desiderato. Ciò può essere fatto manualmente con un mattarello lungo o corto che sia o con una macchina sfogliatrice.

Il mattarello può avere un impugnatura fissa o mobile ( il secondo sarà più maneggevole) da abbinare ad alcune livelle, strumenti che permettono di calibrare lo spessore dell’impasto.

Le livelle sono delle asticine piatte di metallo lunghe ciascuna cm 50 e spesse 2 mm che si possono abbinare a due o tre alla volta per ottenere spessori di 2, 3, 4, 6 mm e così via.

Una volta collocato l’impasto al centro delle livelle poste parallelamente tra di loro, si può iniziare a far ruotare il mattarello sull’impasto fino a quando non toccherà le aste ai lati che così faranno da guida ed eviteranno di assottigliare troppo la pasta.

Julienne

Taglio che si ottiene riducendo le verdure a piccole strisce dello spessore di circa 2 mm (sezione di un fiammifero) e tagliandole nuovamente fino a formare tanti bastoncini di uguale larghezza e della lunghezza di 4-5 cm.

Può essere effettuato sia con la mandolina che con il coltello ed è anche il taglio di partenza per la Brunoise.

I cappellacci di zucca ferraresi

Cappellacci di zucca

I cappellacci di zucca sono uno dei piatti simbolo della cucina Ferrarese.
Il nome cappellacci deriva infatti dal cappello di paglia a tesa larga usato dai contadini ed in dialetto detto “caplaz”.
Ingrediente principale è chiaramente la zucca che per secoli è stata uno fra i principali alimenti di cui si cibavano i contadini.
Proprio la zucca ferrarese, detta “violina”, essendo molto dolce unita agli altri ingredienti crea un irresisitibile e gustoso contrasto agro-dolce appunto.
La zucca violina è quella che useremo per fare i cappellacci ed è anche molto usata per preparare ripieni e contorni.

Il primo documento storico dei cappellacci di zucca è del 1584 e lo si riscontra nel “Dello Scalco” di Giovanni Battista Rossetti, cuoco della corte di Alfonso II d’Este.
La ricetta originale faceva uso di spezie quali cannella e zenzero ma col passare dei secoli ed entrando a pieno titolo nella lista delle ricette regionali e popolari
sono spariti quasi del tutto gli elementi speziati.

Ecco dove trovare la ricetta originale dei cappellacci di zucca ferraresi

10 magnifiche foto di torte

 

 

 

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